3 domande, 3 risposte con Anja Nunyola Glover
27.05.2026
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"Non è una questione di perfezione. Si tratta di rimanere in movimento."
Il razzismo a scuola non si manifesta solo attraverso singoli episodi di discriminazione razziale o conflitti sul piazzale della ricreazione. È una questione di strutture, pregiudizi e responsabilità. Anja Nunyola Glover, sociologa, autrice ed esperta di razzismo, spiega perché le scuole dovrebbero interrogarsi criticamente su questo tema, perché la loro presunta neutralità può essere problematica e quale dev’essere il primo passo da compiere in materia di prevenzione del razzismo.
Nel contesto scolastico, il razzismo è spesso ancora trattato come un caso isolato: un episodio di discriminazione razziale, un malinteso, un conflitto tra bambini. Cosa cambia concretamente, se le scuole trattano il razzismo non solo come un caso isolato o una tematica conflittuale, bensì come una questione riguardante lo sviluppo scolastico, l’atteggiamento e la responsabilità di tutte le parti coinvolte?
Quando il razzismo non viene più visto come un "caso isolato", ma è considerato insito nella realtà sociale, la responsabilità si sposta. In quel caso, non è più questione di risolvere singole situazioni, bensì si tratta di mettere in discussione le strutture. In pratica, la domanda da porsi non è più solo "Chi ha detto o fatto cosa?". Occorre ora chiedersi: "Perché è potuto accadere? E in che modo la scuola vi contribuisce?".
Adottare un simile approccio permette di cambiare atteggiamento. Improvvisamente, le risorse pedagogiche, i contenuti didattici, i sistemi di valutazione e persino le misure disciplinari diventano parte del dibattito. È una questione di punti di vista: "Chi viene privilegiato? Chi no? Quali esperienze sono considerate "normali"?". Le e gli insegnanti non hanno più bisogno di essere perfetti, sono però responsabili dell’influenza che esercitano. Le scuole iniziano a riflettere su sé stesse in quanto istituzioni a pieno titolo. Questo compito è più esigente che gestire i casi isolati di razzismo. Ma è anche l’unica via percorribile per ottenere un cambiamento a lungo termine.
Dove vede le maggiori sfide strutturali nella scuola? Ad esempio, piuttosto nell’insegnamento e nelle risorse pedagogiche, nell’atteggiamento delle e degli insegnanti, nel modo in cui l’istituzione "scuola" tratta il tema o ancora in un altro ambito?
Non si tratta di scegliere tra l’una o l’altra sfida. La difficoltà, spesso ignorata, risiede proprio nel fatto che tutto è interrelato. In questo contesto, il concetto di neutralità è un elemento centrale. La scuola si considera spesso un luogo neutrale, dimenticando però che riproduce disuguaglianze sociali. Questa "neutralità" impedisce di riconoscere il razzismo.
Un altro punto riguarda le risorse pedagogiche e i contenuti didattici. Il sapere non è mai neutrale. Chi scrive i libri? Quali storie vengono raccontate? Quali punti di vista mancano? Questo influenza il modo in cui le bambine e i bambini comprendono il mondo e si posizionano al suo interno. Nel contempo, ravviso una grande incertezza tra le e gli insegnanti. Molti vogliono "fare le cose bene", ma hanno poco margine di manovra per riflettere sulla propria posizione. Allora, ci si limita spesso a adottare misure puntuali animate da buone intenzioni.
E infine: l’istituzione stessa. Come vengono gestiti i reclami presentati dalle allieve e dagli allievi? Chi viene preso sul serio? Quali voci sono considerate credibili? Si tratta di questioni strutturali. Ed è proprio qui che spesso viene a mancare il dialogo.
Ha parlato della differenza tra "essere bene intenzionati" e agire concretamente contro il razzismo. Secondo lei, che primo passo realistico potrebbero fare le scuole o le e gli insegnanti, senza mettersi sulla difensiva, senza provare un senso di sopraffazione o cadere in una politica simbolica?
Il primo passo non consiste nel concepire un concetto, né nel mettere in piedi un progetto, né tantomeno nel realizzare una giornata d’azione. Il primo passo è riconoscere che il razzismo è insito nella propria realtà, anche quando non lo si vede.
Sembra semplice, eppure questa è la parte più difficile. Perché significa non limitarsi a considerare sé stessi e la propria istituzione "bene intenzionati".
Un modo concreto per iniziare potrebbe essere quello di creare spazi in cui prendere sul serio le esperienze, senza cercare di relativizzarle o spiegarle immediatamente. Ascoltare senza reagire subito.
E, parallelamente, riflettere sulla propria posizione. Quali sono i miei punti di vista? Cosa ho o non ho imparato? Si tratta di un lavoro scomodo, ma necessario.
L’importante è capire che non è una questione di perfezione. Si tratta di rimanere in movimento. O, in altre parole, il cambiamento non avviene cercando di lasciare tutto com’è, ma si concretizza quando siamo disposti a evolverci.
