Domande che restano
24.03.2026
Dal 1999 Martin Seewer ha cercato di trovare il giusto equilibrio: tra la teoria e la pratica, tra una definizione di educazione allo sviluppo sostenibile (ESS) che abbia senso sia per il Consiglio federale sia per una classe di scuola dell’infanzia, tra il canone di valori globale e ciò che sta davvero a cuore alle e agli insegnanti nella loro pratica quotidiana. Molti anni di impegno per l’ESS, per éducation21 e per la fondazione che l’ha preceduta, hanno reso Martin più sereno, come dice lui stesso. Ora lui va in pensione. Ma prima di andarsene, volge lo sguardo al passato – e al futuro – alle domande che restano.
Una di queste parte dall’esordio: se dovessimo ricominciare da zero, oggi definiremmo l’ESS in modo identico? In modo simile, sì, ma certamente non identico, risponde Martin. Per lui, l’ESS non è mai stata un edificio compiuto, bensì piuttosto un cantiere: un concetto che evolve continuamente. Al tempo stesso, l’ESS deve funzionare su più livelli: sia per chi prende decisioni politiche, sia per le bambine e i bambini della scuola dell’infanzia. Le idee di fondo devono essere tradotte in modo da poter essere comprese e vissute nel quotidiano, senza per questo diventare banali. Questo equilibrio, dice Martin, richiede flessibilità.
L’ESS esiste anche quando non viene chiamata così?
Soprattutto nei primi due cicli scolastici, accade molto di ciò che rientra nell’ESS, anche se non viene definito in questo modo. Le e gli insegnanti lavorano in modo interdisciplinare, introducono punti di vista diversi e mettono in relazione i temi tra loro. Molto di tutto questo corrisponde esattamente a ciò che l’ESS si propone. A volte basta semplicemente collegarlo al termine. Forse è addirittura un segno di efficacia: quando qualcosa continua a vivere anche senza una denominazione esplicita.
éducation21: come dare concretezza all'ESS?
È in questo contesto che Martin colloca anche il ruolo di éducation21. La fondazione dà un volto all’ESS. Chi vuole o deve confrontarsi con questo tema difficilmente può prescindere da éducation21. L’organizzazione rende visibile ciò che altrimenti resterebbe indistinto. Idealmente, però, non dà all’ESS solo un volto, ma anche mani e piedi. Significa: tradurre, costruire ponti, mediare. Un compito tutt’altro che semplice. Richiede pragmatismo, la capacità di accettare che non tutto possa essere coperto, e la disponibilità a riconoscere che, nella pratica, l’ESS non soddisfa sempre tutti i criteri formulati a livello concettuale.
Un punto che, secondo lui, viene interrogato troppo poco riguarda un’idea molto diffusa: che l’ESS non sia «qualcosa di aggiuntivo». Non è del tutto vero, dice Martin. L’ESS è anche un mandato che arriva dall’alto, un impulso di politica educativa. Interessante però è il fatto che questo mandato spesso intercetta bisogni reali della pratica: rendere l’insegnamento più vario e interdisciplinare, dare struttura a temi complessi, o affrontare nella sicurezza dell’aulaquestioni difficili.
Dalle competenze dei giovani ai Piani di studio: cosa rende l’ESS una "storia di successo"?
Per Martin, il successo si vede in un luogo poco appariscente, difficile da misurare, ma decisivo: nel fatto che le giovani generazioni imparano ad assumere prospettive diverse, sappiano argomentare e informarsi in modo affidabile e tollerare le ambivalenze. Il fatto che l’ESS sia riuscita a radicarsi così rapidamente a livello istituzionale in Svizzera rappresenta, per lui, un successo notevole. Una direttrice di un’Alta Scuola Pedagogica (ASP) gli disse una volta che era straordinario vedere con quanta rapidità il termine «ESS» fosse entrato nei curricula e nei piani di studio. Negli anni Novanta il termine compare per la prima volta. Circa vent’anni dopo, era ormai saldamente ancorato nelle strutture educative. In un sistema educativo federalista come quello svizzero, che certo non facilita la definizione di standard comuni, questa è una vera storia di successo – una storia alla quale éducation21 e le organizzazioni che l’hanno preceduta hanno contribuito in modo sostanziale. E continuare a lavorare su questa storia resta importante, anche perché le altre attrici e gli altri attori del sistema educativo sono confrontati con numerose altre sfide.
Sviluppo sostenibile: da valore condiviso a concetto ideologizzato?
Allo stesso tempo, sono cambiate anche le condizioni quadro sociali. Espressioni come «sviluppo sostenibile» vengono oggi talvolta discusse in modo critico o associate a visioni ideologiche.
Oggi il sistema comune di valori e norme a livello globale è messo maggiormente in discussione rispetto all’inizio del secolo, per esempio all’epoca della Dichiarazione del Millennio del 2000 o dell’Agenda 2030, sottoscritta nel 2015 da 193 Stati membri dell’ONU. Ciò che allora era possibile oggi sembra quasi impensabile. Anche l’inserimento di questi temi nei piani di studio, nelle attuali condizioni politiche, probabilmente sarebbe più difficile. Proprio per questo, queste domande restano importanti.
L’arte dell’equilibrio: navigare tra impegno e realtà
Alla fine, resta questo: un concetto che si è affermato. Un’istituzione che costruisce ponti. E un equilibrio che deve essere esercitato sempre di nuovo: tra ambizione e fattibilità, tra impegno e pragmatismo, tra Confederazione e Cantoni, tra livelli scolastici e regioni linguistiche. Come restare flessibili senza diventare arbitrari? Come restare impegnati senza irrigidirsi?
E come restare efficaci, anche quando la realtà non corrisponde sempre ai propri criteri? Martin affronta queste domande con serenità. E con la disponibilità ad accettare che alcune domande restino aperte.
Grazie di cuore per il tuo impegno, Martin.